… ti scrivo per raccontarti qualcosa di me. Ho cominciato a leggere il tuo libro e mi sembra un buono spunto di riflessione (https://www.elledici.org/negozio/il-cortile-dietro-le-sbarre-il-mio-oratorio-al-ferrante-aporti/).
Io mi sono sentito in prigione già da piccolo, quando in casa c’erano tanti litigi. Poi sono successe tante cose, io e mia sorella siamo finiti in comunità, ma piano piano cercavo di trovare una stabilità e un futuro.

Quando mio padre morì, i miei sogni si infransero e per andare avanti ho avuto bisogno di un sostegno psicologico. Parlare con qualcuno mi ha aiutato ad ammorbidire la questione, ma l’ansia per il futuro e per la morte continuava. Allora ho cominciato a ritirarmi in camera, dicendo che avevo tanto da studiare, era vero perché mi applicavo molto e prendevo buoni voti, però lo facevo anche per isolarmi. Isolarmi mi sembrava la cosa migliore, ma poi ho capito che mi faceva stare peggio.
Adesso ho preso il diploma, sono andato ad abitare in un appartamento in semi autonomia e ho cominciato a lavorare. Non è facile, ma provo a vivere al meglio che posso.

Vorrei coltivare il giardino della mia vita, essere più indipendente e saper ascoltare chi mi dà buoni consigli.
A volte soffro del mio autismo, soprattutto nel fissarmi troppo e farmi tantissimi problemi mentali. Il problema è che queste cose non sono volute da me, mi vengono a causa della mia sindrome, quindi non dipendono dal mio volere, non riesco a fermarle. Mi sento come in prigione, a volte… Mi importa troppo di quello che gli altri possono pensare di me e mi faccio troppo condizionare da internet. E per me è fonte di dolore. Mi sento un malato mentale quando sono così ossessivo.

Con la pandemia qualcosa è cambiato: i miei sintomi sono aumentati come il mio timore per il futuro, che prima mi ponevo ogni tanto. Di certo essendo autistico ero più vulnerabile a un evento del genere, ma non penso di essere l’unico a essersi sentito tradito.

Dopo la pandemia ho cambiato modo di vedere la diversità, cioè non mi importa più di cercare un bello oggettivo, mi preoccupano altre cose ora. Quindi se delle persone esprimono pareri differenti su un argomento, li ascolto con “disinteresse”, perché non mi dà più fastidio ascoltare pareri contrastanti. Non è che mi piace o non mi piace, ascolto e basta, poi riesco a pensare ad altro, non rimango fisso su quella cosa. Adesso non vedo più le diversità delle persone come una minaccia, come facevo prima della pandemia, anzi è come se ci vedessi del fascino per certi versi.
Ho diciannove anni, vivo in appartamento, dato dalla comunità, con un altro ragazzo che si prepara come me alla vita totalmente autonoma. Fra qualche mese avrò una casa mia e vivrò in piena autonomia. Sono felicissimo, vuol dire che l’obiettivo della vita l’ho raggiunto e potrò procedere con gli altri, sogni e non sogni che devo ancora scoprire.
Ricordo che nell’anno della terza media mi ero completamente isolato da qualsiasi forma di contatto umano, nonostante avessi persone in casa. Ero in una comunità a Pieve del Cairo, ci ero entrato prima dei sei anni, quando facevo ancora l’asilo.

Ho cominciato a capire che quello che accadeva non era poi tanto normale: ci sono state tante forme di violenza nei confronti di noi ragazzi e tra i ragazzi stessi. Questo mi ha portato a non fidarmi più e a chiudermi in me stesso.
Avevo un forte senso di solitudine che mi ero creato io, un grande vuoto interiore mi ha portato alla dipendenza dai videogiochi, che mi ha tenuto legato, per assurdo, alla vita reale. Giocare online mi permetteva di avere contatti sociali con persone lontane che non mi mettevano ansia e non avevo paura di essere giudicato. Il videogioco era il filo sottile che mi teneva legato alla socialità.

Mi ricordo che tenevo la felpa, addirittura anche il giubbotto, quando andavo a scuola, anche se non faceva freddo, perché non mi sentivo a mio agio con il mio corpo, ero un po’ in carne e avevo paura che le persone mi potessero giudicare per com’ero fisicamente. In quel periodo mi sembrava che non mi vedessero per quello che ero veramente e qualche volta è successo anche negli anni successivi, in comunità. Ora, per fortuna, non mi capita più.

I primi tempi è stata dura, ho fatto la gavetta, ci sono stati dei momenti che pensavo di non farcela, troppi momenti… Migliorando sia come persona che che come professionista, sono riuscito a raggiungere la tranquillità e la sicurezza che ho oggi.

La vita mi ha tenuto dietro le sbarre quando ero bambino, in adolescenza le sbarre me le sono messe io, adesso sono riuscito ad andare in cortile e voglio costruirmi un futuro sempre migliore.
Oggi mi sento veramente libero, perché sto scoprendo la mia autonomia nel vivere, nel fare scelte: ho trovato un’autonomia nelle mie regole, che non attaccano la libertà dell’altra persona.
Con affetto,
Cristian, Thomas, Adil