Accosto la porta

 È ora di andare a letto, ma loro non hanno sonno. 

Salvatore ha tredici anni, è alto e magro, un adolescente sufficientemente irrequieto che, piuttosto di infilarsi sotto le coperte inizia a fare la cartella; Riccardo invece, è più piccolo e non sta mai fermo perché ha un sacco di idee che si agitano dentro alla testa. Mi chiede del nastro adesivo per riparare un gioco. 

Ma proprio adesso? Rispondo. 

Siccome dico no, “torna alla carica” con lo spray per il naso, che peraltro non sopporta, ma quando decide di tirare in là col tempo è disposto anche al sacrificio personale. Vado a prendere lo spray e lui intanto gioca. 

Ritorno nella loro stanza e intuisco una strana complicità tra il piccolo furbacchione e il dolce scugnizzo. 

“Salvatore, hai preparato lo zaino?”. 

“Si tutto a posto”. 

“Messo anche il diario?”. “Si”. 

Io parlo e intanto osservo la stanza e le loro espressioni. Le loro espressioni e la stanza. Sembra tutto a posto. 

“Bene. Allora Riccardo mettiamo ‘sto spray e poi… a nanna!” 

“Si, ma aspetta ancora un attimo, finisco di fare questo esperimento e poi vengo”. 

Mentre dice questo sta incastrando un plaid blu sotto il suo materasso, lo tira bene e fissa l’altra estremità sotto il materasso di Salvatore. Il plaid è diventato un’amaca che si stende tra i due letti. 

“Ma a che serve?” Chiedo con discrezione. 

“Niente, così”, mentre Salvatore borbotta che lui non potrà più nemmanco scendere da quel lato del letto per andare in bagno. 

Dunque, essendo da sempre sensibile agli esperimenti e all’arte d’avanguardia, non faccio altre domande, prendo atto che qualcosa di importante sta per svelarsi tra le mura di quella stanza, gli metto lo spray e aspetto con le ultime evaporazioni di pazienza che Riccardo si sdrai nel letto. Ma non è ancora finita, bisogna sistemare i tre peluche che dormono con lui. 

“Belli, come si chiamano?” 

“Boooooh”. È la risposta. 

Nella mia mente tutti i bambini danno un nome ai loro peluche, soprattutto quelli più intimi, gli inseparabili della notte. Ma Ricardo è genio e sregolatezza, meglio uscire dalle logiche, e mentre faccio questi pensieri, gli do un bacio in fronte e gli rimbocco le coperte, abbraccio Salvatore e… spengo la luce. 

Mi allontano dalla stanza e… “Tacco!”. Noooo, non è ancora finita. 

“Ci lasci la luce accesa in corridoio e la porta aperta?” 

“Certo, come al solito”. Così li rassicuro e vado. 

È notte. Chissà che cosa vorrà dire per loro la notte. A volte Salvatore durante il sonno russa, a volte parla, spesso urla. Riccardo invece sparisce sotto le coperte. Passo sempre ancora una volta prima di coricarmi anch’io nella stanza comune degli educatori. Mi piace, perché c’è silenzio, c’è calma e sembrano tutti riappacificati col mondo. Spengo lampade, mp3, ventole del bagno, lucine, lucette, sento il ritmo dei respiri e mentre chiudo la porta è come se dicessi amen, “così sia”. 

Dopo un po’ faccio il giro delle stanze, ritornando da Riccardo e Salvatore: sul plaid sono sistemati due grandi dinosauri di plastica, sdraiati, uno di fronte all’altro. Riccardo stava facendo un esperimento su quanto può reggere un’amaca o forse l’esercito della notte aveva bisogno di essere rinforzato dai suoi temibili e rassicuranti dinosauri? 

Sorrido e provo un’enorme dolcezza ma anche molta gratitudine perché i misteri della vita hanno sempre il loro fascino. 

Accosto la porta e… buonanotte ragazzi. 

Milena (detta Tacco) 

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