Parliamo di affido con Elisa e Gabriele

Corso Valentino, traffico intenso nell’ora di uscita da scuola, un’auto a sette posti accosta per far salire Biagio e Sandrino (nomi di fantasia, n.d.R.), due bimbetti ricciuti di sette e quattro anni, che corrono incontro a mamma Elisa. Lei li abbraccia affettuosamente, ascolta il più grande che racconta com’è andato il pomeriggio e il piccolo che snocciola parole e suoni più o meno comprensibili, sicuro di essere capito e ascoltato. Intanto apre il bagagliaio pieno di zaini, giochi, borse varie (una con il cambio per il più piccolo, non si sa mai…) e riesce a trovare un posto per l’ultima opera dei due figli in affido: un collage con tanto di finestre intagliate nel cartoncino, dalle quali fa capolino ogni componente della famiglia d’origine e di quella affidataria dei due piccoli fratelli.

“Vedi mamma, ci siamo tutti!” spiega il più grandicello, mostrando orgoglioso le piccole sagome in rilievo che rappresentano i componenti di entrambe le famiglie.

Sì, perché alla famiglia affidataria è richiesta la disponibilità ad accogliere uno o più minori e a impegnarsi nella cura ed educazione, ma anche e soprattutto a collaborare al progetto di vita di questi nell’ottica della costruzione o ricostruzione di un rapporto – il migliore possibile – con i genitori naturali e la famiglia di origine in generale, nell’ottica di perseguire il meglio per il/i minore/i.

Ma come e perché si decide di diventare genitori affidatari o famiglia affidataria?

“Io ho sempre avuto il desiderio, anche prima di avere le mie ragazze, di adottare un bambino. Ne ho parlato con Gabriele, ma non si è concretizzato nulla, Poi ho conosciuto delle persone nel mio paese che fanno affidi e l’ho trovato interessante, ne ho parlato con mio marito, che subito non era molto d’accordo; poi l’ho tirato dentro e abbiamo deciso di intraprendere questo percorso quando avevamo già le nostre figlie, per cui ne abbiamo parlato con loro”.

Alle nostre figlie abbiamo spiegato che ci sono dei bambini allontanati dalle proprie famiglie per problemi vari, che vivono in comunità e hanno bisogno di famiglie che possano prendersi cura di loro fino al momento in cui potranno ritornare a casa. Loro hanno appoggiato subito la nostra decisione”.

“Si decide di prendere in affido dei minori per diversi motivi: è importante trasmettere l’attenzione a chi ha più bisogno, non pensare solo a sé stessi, ma pensare anche a chi non ha tutto ciò di cui ha bisogno. Oltre che parlarne è importante fare qualcosa, dimostrando che tutti possiamo fare la nostra parte, anche semplicemente aiutando un vicino, senza andare troppo lontano”.

Ci sono anche le difficoltà…

“Ovviamente le difficoltà sono all’ordine del giorno: si condivide la casa, i genitori, le abitudini quotidiane con bambini che non sono i tuoi fratelli diretti, quindi non c’è un sentimento di affetto a priori, quello deve nascere. Bisogna mettere in conto un po’ di gelosia, di incomprensioni, però col tempo e con la giusta guida da parte degli adulti, ma soprattutto grazie alla loro intelligenza – perché i nostri ragazzi sono una grandissima risorsa per l’affido! – costruiscono legami significativi e una serenità del quotidiano, considerandosi dei fratelli. Poi, più sono lunghi gli affidi, più tempo c’è per questa evoluzione e integrazione in famiglia”.

Quanto conta la rete?

“Importantissimo avere una rete dietro, come quella che ci offre la nostra associazione, Gefyra (https://www.gefyra.it/), con professionisti che ti seguono, ti danno consigli, sia a livello umano nei sentimenti, nelle difficoltà, che nella gestione delle cose più pratiche. All’interno dei gruppi ci sono poi educatori e psicologi che possono sostenere. Vengono organizzati incontri online, in presenza per confrontarsi, sfogarsi, parlare delle proprie paure, delle difficoltà, si incrociano le varie esperienze, ci si consiglia”.

“Si crea una sorta di “famiglia” di amicizie, abbiamo conosciuto coppie e famiglie che continuiamo a vedere e frequentare, trascorriamo giornate insieme con i bambini, abbiamo legami di amicizia stabile”-

Come si può sensibilizzare all’affido e diffondere la cultura dell’accoglienza?

“Parlandone. Noto che le persone con cui parlo dicono che è una bella cosa, ma non lo farebbero mai. C’è un po’ di paura rispetto a questa scelta e spesso c’è un/una partner meno propenso, se non contrario.”

“Bisogna parlarne, raccontare la propria esperienza, spiegare che nonostante le difficoltà, è una bella esperienza!”

“E che non c’è un vincolo che obbliga, se le cose non funzionano, non sei costretto…però se non si prova mai, non si può sapere quali esperienze meravigliose si possono vivere!”

“Si può diffondere la cultura dell’accoglienza come fa anche la nostra associazione, si fa conoscere questa realtà sia con volantini che online, si cerca di avvicinare le persone a questo mondo, creando momenti di incontro e sensibilizzazione”.

“Per concludere possiamo affermare che certo ci sono delle difficoltà e dei problemi, ma messi sulla bilancia, sono ampiamente compensati dagli insegnamenti che i nostri figli possono ricevere facendo esperienza di accoglienza e affido”.

La famiglia insegna a non cadere nell’individualismo e equilibrare l’io con il noi. È lì che il “prendersi cura” diventa un fondamento dell’esistenza umana e un atteggiamento morale da promuovere, attraverso i valori dell’impegno e della solidarietà.

Papa Francesco – Giornata internazionale della famiglia 2020

Carolina Schiavone

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