Una ricetta per l’autonomia

Percorro a passi lunghi la stradina privata che mi porta a casa di Joelle, l’aria è assurdamente calda per essere a fine ottobre, il rumore del traffico è lontano e sento distintamente le mie scarpe che scricchiolano sul pietrisco: la memoria mi riporta indietro di quattro anni a un pomeriggio d’estate nel campo di calcio dell’oratorio del Valentino, un nutrito gruppo di ragazzi giocano a pallone e Joelle è tra loro. Lunghi capelli scuri, viso aperto e luminoso, occhi vivaci ed incredibilmente espressivi, grinta da vendere!

Sono al portone, scorro i nomi sul citofono, ma il suo non c’è ancora, è arrivata da meno di un mese e, si sa, le lungaggini amministrative chiedono di attendere anche per una cosa così banale come mettere un cognome sul citofono. Ma lei sa del mio arrivo e mi apre subito.

Salgo su per le scale – non c’è l’ascensore – e arrivo su col batticuore, non del tutto dovuto ai tre piani a piedi: sono emozionata al pensiero di entrare in casa, la casa di Joelle, che non è più la ragazzina che ho conosciuto cinque anni fa!

Dalla porta socchiusa fa capolino lo stesso viso sorridente e luminoso, mi accoglie contenta e sicura, è davvero cresciuta. Ora vive da sola. Ha solo diciotto anni e due mesi e vive da sola. Ancora non ci credo.

Mi fa entrare e mi mostra con un pizzico di orgoglio la sua casa: la cucina è ordinata e pulita, una padella è a scolare sul lavello e il bucato è ad asciugare sullo stendino in camera da letto, chiari segni di una casa “viva”. 

La mia attenzione è catturata da una parete con un gran numero di foto, recenti e meno recenti, che la ritraggono con zii, nonni, cugini, amiche, un colorato collage della sua vita; sull’altro lato della camera mi mostra – work in progress – che  sta attaccando le sue foto con il fidanzato, un’altra parte molto importante della sua vita. E poi c’è la bacheca dove sono segnati gli appuntamenti importanti. Sorride dicendo che ce l’ha sott’occhio così non si dimentica. Sorrido anch’io, si percepisce un’atmosfera bella e un’energia positiva tra quelle pareti.

Ci accomodiamo in cucina per parlare un po’, l’idea è quella di “raccontare” la sua esperienza, di dire che con tanta fatica, con il sostegno necessario, con tanta forza e un pizzico di progettualità si può crescere e diventare autonomi. 

Le faccio i complimenti per la casa, per i traguardi raggiunti e le chiedo: “com’è lavorare e vivere da soli?”

“È strano vivere da soli a diciotto anni. Lavorare è faticoso, mi alzo presto al mattino, alle 5,30 devo essere lì (lavora in una pasticceria molto quotata in città, n.d.r.) a riempire il bancone, alle 7,30 apriamo… Sì, lavorare è faticoso, però non è la cosa più difficile. Io ho delle amiche che lavorano anche loro, però vivono in famiglia, con i genitori, io invece non ho nessuno che mi rimbocchi le coperte…” esita un attimo, volge lo sguardo verso la finestra da cui proviene un fiotto luminoso che le accarezza il profilo del viso. In quel controluce indovino un velo di lacrime nei suoi occhi.

Si riprende subito e continua: “Mi manca avere qualcuno che mi accolga, che mi ascolti e mi consoli quando litigo col mio ragazzo. Sì, cose così… E poi anche dover fare tutto da sola, cucinare, pulire, lavare… Quando torno a casa sono stanca, non ho voglia di cucinare, magari mi preparo una cosa così, veloce…” si illumina compiaciuta e poi racconta che spesso è il suo fidanzato che cucina. 

“Lavoro tanto, è faticoso, ma imparo tante cose nuove, soprattutto ho imparato la responsabilità. Per esempio se lasci una macchina accesa, si rischia… Poi però ti responsabilizzi anche nella vita quotidiana, impari ad essere attenta e presente. Sono molto migliorata, prima di iniziare a lavorare ero molto distratta; quando facevo lo stage mi rimproveravano sempre perché lasciavo le cose a metà, in disordine…” accenna ad un sorriso, quasi schermendosi. Poi si alza di scatto e va a prendere una scatola di latta lilla: “Li ho presi per te, li facciamo noi; questi sono gianduia, ma ci sono anche al pistacchio, al cioccolato fondente…” continua ad elencare compiaciuta le specialità che producono in laboratorio”. Vedo chiaramente quanto sia importante sentirsi parte di “qualcosa”.

Ne prendo uno e le chiedo: “Ti ricordi di quando eri in Harambée al CEM e dovevi studiare?”

“Si, mi ricordo benissimo. Che fatica! Mi ricordo che non riuscivo a ricordarmi le cose anche se gli educatori mi facevano ripetere e ripetere… Ancora adesso al lavoro devo chiedere più volte le stesse cose perché magari non mi ricordo…”

“Ho fatto quattro anni al CEM e mi ha aiutato soprattutto quando avevo problemi con la zia, gli educatori mi davano consigli su come fare. Sì, l’esperienza al CEM è stata molto impegnativa per la fatica di andarci ogni pomeriggio anziché uscire con gli amici… ma è bello e anche divertente perché non sei mai solo, hai dei ragazzi con cui passare il tempo e non ti annoi. Gli educatori sono molto disponibili e, a volte, rompiscatole” conclude con un’espressione dolce e riconoscente.

“Hai ancora un’educatrice che ti segue, giusto?”

“Sì, ed è molto importante per me, per una ragazza che deve vivere da sola alla mia età, è come se fosse un genitore nel momento in cui una figlia è all’inizio del percorso di autonomia. Lei mi aiuta a fare la spesa, mi dà dei consigli, mi supporta… abbiamo un rapporto di amicizia, ci conosciamo da tantissimo tempo, ridiamo e scherziamo… be’ sì, a volte ci sono discussioni, ma si risolvono subito!”

“Sono molto cambiata, sono cresciuta molto in tante cose. Ho trovato il modo di rimediare a dei problemi e delle difficoltà che avevo. Fare lo stage e l’apprendistato nello stesso posto mi ha aiutato, perché ho appreso le routine e le prassi. Sono cose importanti, che ne so, fare attenzione alle etichette, alle modalità di conservazione degli ingredienti, fare magazzino”.

“Come sono i rapporti con i colleghi?” 

“Sono buoni, ma non sempre facili. Sono tutti più grandi di me, ma io sono tranquilla perché c’è un buon rapporto, specie con alcuni lavorare è molto piacevole, ci si capisce e a volte si ride e si scherza”.

“Lavorare mi piace e sono contenta , ma quando torno a casa, sono stanca e non mi va di fare niente; solo se c’è qualcuno mi viene voglia di fare qualcosa, lui (il fidanzato, n.d.r.) mi stimola molto. E anche le persone a cui voglio bene mi stimolano a fare cose, uscire, vivere, insomma… Sì, lui mi dà una grande mano. A volte usciamo anche con i suoi e questo mi fa piacere.”.

La scatola di pasticcini si svuota progressivamente, sono passate quasi due ore e mi sembrano pochi minuti. Parlare con Joelle, ascoltare dalla sua voce il racconto della sua vita, da quando era in Sicilia con i nonni a quando è approdata in Piemonte, sradicata di nuovo dal suo ambiente, sentire tutte le difficoltà che ha incontrato e che incontra ancora e vedere che è riuscita a trovare il modo di superarle e di farne dei punti di forza è per me una lezione di vita.

“Avresti mai immaginato di arrivare fin qui?”

“No, non lo avrei mai immaginato. Fino a qualche tempo fa non avrei immaginato di lavorare in un posto del genere, si fanno tante cose, alcune molto elaborate. Io immaginavo che avrei fatto qualcosa di più semplice, tipo pan di spagna, crema e panna…” mi sembra soddisfatta e orgogliosa, mentre l’aroma proveniente dai pasticcini pare sugellare la sua affermazione.

“Due anni fa non immaginavo che a diciotto anni sarei andata a vivere da sola, stavo dagli zii e non mi immaginavo il mio futuro. Non volevo pensarci, avevo troppa paura di affrontare le responsabilità che oggi sto affrontando”.

“Quando mi hanno proposto l’Over18 mi è sembrato molto difficile, ma poi mi sono convinta e ho accettato. Le prime volte che mi sono trovata da sola piangevo, ero molto triste, perché ero sola; invece, ero abituata a stare con gli zii, mia cugina, abitavo in una grande casa con grande spazio verde intorno, ora vivo in un piccolo alloggio in città. È carino, ma mi manca lo stare all’aria aperta…” dice volgendo lo sguardo alla finestra, dove fanno bella mostra delle deliziose piantine fiorite.

“Che cosa ti ha convinto?”

“Volevo trovare un po’ di tranquillità, di serenità” conclude con un lieve tremito nella voce.

“Un’ultima suggestione: guardando in prospettiva la tua vita…”

“È stata difficile, anche se so che c’è di peggio. Sono felice adesso, non vedo l’ora di avere una casa che sia davvero mia, in cui scegliere un mobile senza dover seguire le indicazioni di altri.

“Adesso in casa faccio quello che c’è da fare, cose che prima non facevo – tipo la lavatrice – perché mi piace tenere in ordine, vivere in un ambiente pulito. Sai che martedì ho invitato la zia a pranzo? E mi ha fatto i complimenti per la casa e tutto il resto. Non me l’aspettavo. Mi ha fatto piacere, ero commossa…”

Intanto si sta facendo sera, dalla finestra si vedono le ombre dei palazzi che si allungano nei cortili, Joelle apre il frigo e tira fuori le cose che le serviranno per prepararsi la cena. Ha sempre un meraviglioso sorriso che le illumina il volto, un sorriso di gratitudine, cosa rara in questo mondo.

Rif. Carolina Schiavone

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